San Nicola di Serramezzana

La zona montuosa e collinare del Cilento, a partire dalla fine del secolo IX, si caratterizza per una duplice presenza monastica: l’una di derivazione occidentale o benedettina, l’altra invece di ori gine orientale o basiliana. In questo secondo caso si parla, con più esattezza, di monachesimo italo-greco, in quanto composto da uomini originari delle regioni dell’Italia meri dionale di cultura greco-bizantina.


Descrizione

Tale fenomeno raggiun ge il punto di maggiore diffusione nella seconda metà del  XI secolo con la fondazione di numerosi monasteri, spesso voluti o quantomeno favoriti dagli stessi principi per la for te spinta che questi davano al movimento di messa a cultu- ra e di popolamento del territorio.

Fra le fondazioni principesche del Cilento antico è da porre «la chiesa di S. Ni- cola, costruita nel luogo detto Serramezzana», che l’ultimo principe longobardo di Salerno Gisulfo II, nell’anno 1072, per la salvezza dell’anima sua e del padre Guaimario, principe e duca, donava con tutti i beni stabili ad essa pertinenti a Leone, a bate della SS. Trinità di Cava, che ne aveva fatto richiesta. Nel docu-

mento è esplicitamente detto che essa sorgeva in territorio appartenente al fisco. Ignoriamo la data di fondazione, ma non è azzardato congetturare che si tratti di una delle cinque chiese, delle quali il vescovo pestano Pandone, si riservava la proprietà nella vendita di benifatta, nell’anno 977, ad alcuni mer-canti di Atrani. Da un docu- mento del mese di giugno del 1073 ricaviamo che S. Nicola di Serra- mezzana era un monastero ben strutturato, retto da un abate, con un patrimonio di beni e vassalli.

L’abate, un certo Fasano, d’accordo con l’amministratore e gli altri monaci, concedeva a Pietro figlio del fu Domenico, con “contratto di pastinato”, alcune terre già prima tenute da un certo Martino e da altri concessionari, riconoscendogli il diritto di apportarvi tutte le migliorie da lui ritenute opportune, come piantare viti, salici, alberi da frutto, nonché la possibilità di riottenere le predette terre se, dopo averle abbandonate, avesse deciso di farvi ritorno entro tre anni. Pietro, da parte sua, s’impegnava a corrispondere il “terratico”, la terza parte del vino e tutti gli altri servizi che di norma  prestavano gli altri coloni del monastero.

Molto presto intorno al cenobio di S.an Nicola si formavano due piccoli agglomerati di vassalli, che costituiranno in seguito i casali di Capograssi e di Serramezzana.Nell’ultimo periodo di dominio longobardo a Salerno e nei primi decenni di quello normanno (seconda metà del se colo XI), un rilevante numero di chiese e monasteri del Cilento, per opera degli abati Leone di Lucca e Pietro Pappacarbone, passava sotto la giurisdizione della Badia di Cava, nell’ordine civile con la costituzione di un feudo temporale con sede a Castellabate, nell’ordine ecclesiasti co con la istituzione di un’abbazia “Nullius”, con territorio non sogget to al Vescovo  di Capaccio, che  aveva giurisdizione sui luoghi.

La competenza civile della badia di Cava su Castellabate e gli altri casali del Cilento cessava nel XV secolo: a Capograssi è attestata fino al 1354 . La giurisdizione ecclesiastica si è, invece, protratta fina al secolo XXI. Il passaggio di potere a Salerno dai Longobardi ai Normanni si realizzava fra contrasti, fughe e sbandamenti da parte dei vassalli, le cui famiglie si dirigevano verso i monasteri in cerca di protezione .Un fatto di tal genere era causa di un forte contrasto nel Cilento tra il conte Bosone, rappresentante di Roberto il Guiscardo e l’abate Pietro Pappacarbone di Cava.

L’accusa mossa all’abate Pietro era quella di ritenere indebitamente sotto il suo do- minio, nel Cilento, uo-mini sottratti alla giurisdizione dello Stato. L’abate obiettava di non avere sotto il suo con-trollo altri  vassalli, se non quelli che già appartenevano ai suoi mona steri, allorché il Guiscardo prendeva possesso di Salerno.   L’aspra    contesa   si   risolveva con la sentenza emessa dal con te e giudice Sicone nel palazzo arcivescovile di Salerno, alla presenza della duchessa Sichelgaita, dell’arcivescovo di Salerno Alfano I e del vestarario del duca, che riconosceva le buone ragioni dell’abate, confermando la giurisdizione temporale e spirituale dell’abazia cavense sui vassalli del Cilento.
Gli «homines Sancti Nikolai» sui quali l’abate poteva vantare la giurisdizione erano: «Johannes de Stefanu, li filii de Tudosi, Niceforus Bardaru, Nikola, Petro O- blon, Basilius Tigano, Petrus de Antonio, Nikola de Rini, Nikola de Domina, Theorus de Lintu, Costantinus de Jannaci, Nikola Sclinaco, Nikola et Leo, et Theodorus filii Anne, Leo de la Presbytera, Ursus, Johannes frater eius».     San  Nicola di Serramezzana è ricordato ancora nella lite giurisdizionale, sempre sui    possedimenti cilentani, tra il monastero di Cava e il vescovo pestano Maraldo, che Urbano II, anche que sta volta, risolveva a favore dell’abazia (settembre 1089). La giurisdizione spirituale sui possedimenti del Cilento all’abazia di Cava, già riconosciuta da Gregorio VII nel 1073, era poi confermata da Urbano II nel 1089 e da Pasquale Il nel 1100. Dopo l’aggregazione a Cava, S. Nicola di Serra mezzana cesserà di essere retto da un abate. Sarà governato da un priore alle dirette  dipendenze dell’abbazia  madre.  Come gli   altri monasteri cavensi, raggiungerà il massimo sviluppo nel corso del XI secolo, per poi avviarsi ad un’inesorabile declino.

Un documento del 1187 traccia così il confine dei possessi dei beni del monastero: «... inizia dal luogo detto la decollata, va fino all’acqua de li grangi, sale al monte de la curbara, scende nelle vicinanze di piano romano per la serra che porta a S. Teodoro, vicino al detto casale, fino al vallone di Serramezzana, fino al luogo de li Ca- pograssi, fino alla serra de li Montanari, sale fino a pietra paulella e attraverso li terricelli arriva al primo confine».

Nel XIII secolo la comunità monastica cessava di esistere e il complesso era concesso in fitto alla stregua di un’azienda agricola. Ci sono pervenuti, in tal senso, due contratti stipulati dall’abate cavense, Tommaso (1255-1264): l’uno, del 1° settembre 1261, con Nicola Ceprecosso di Serramezzana, della durata di tre anni; l’altro, del 28 dicembre dello stesso anno, con un certo «dompno Manuheli greco presbitero», vita natural durante. Non conosciamo i motivi che portarono a questo secondo contratto.

Le clausole che regolavano il rapporto in ambedue i casi erano simili: il fittua- rio doveva ben curare le case, le vigne, gli alberi e tutti i beni della chiesa; doveva fornire al monastero di Cava per la semina del campo della Licosa quindici misure grandi di grano, nove misure di orzo e legumi, aratro e vomeri con relativa guarnitu- ra; doveva procurare anche un bifolco per lo stesso campo, al quale avrebbe dovuto dare una coperta e sei tareni salernitani per gli scarponi ed altri bisogni doveva i- noltre, come usanza, somministrare cibo e bevande agli operai chiamati a lavorare in detto campo. Ogni anno, poi, nella festa della Nati     vità,  doveva  portare  al   monastero di Cava un maiale del valore di sette tareni e altri donativi come di consuetudine.

Il secondo contratto prescrive anche che a fine locazione i beni devono tornare al mona stero unitamente a «duobus bobus, asina u na, capris duodecim, caldara una, sartagine una, de catenis paro una, zappa una, pala  de ferro una, securi una, vomere uno, falce una, ... vegetibus octo, tinis de vende- mia duabus, tinis de stipo duo».

Nei secoli successivi, per far fronte alle esigenze dei due centri abitati di Serra- mezzana e Capograssi, la chiesa di S. Nicola assumeva il ruolo di parrocchia. Agli ini- zi del 1500 ricompare infatti nei documenti come “parrocchia ricettizia” ben strut- turata, con un proprio patrimonio e con un gruppo di sacerdoti al suo servizio. Co- nosciamo, però, la consistenza dei beni della ricettizia solo attraverso un inventario formato, il 27 gennaio 1708, per ordine dell’abate Giacomo Navarreta. Il manoscrit- to è ricco di preziose notizie non solo sulla chiesa di San Ni-cola, ma anche su quella di Santa Maria delle grazie, di San Leonardo e di S. Maria del Carmine di Agnone, allora grancia di Capograssi.

All’inizio del XVI secolo la chiesa di S. Maria delle grazie era elevata al ruolo di parrocchia per la frazione di Capograssi. Nel 1694 gli abitanti di Serramezzana, a lo- ro volta,con atto rogato dal notaio Giovanni Antonio Gifoli chiedevano all’abate di elevare a parrocchia la chiesa dei Ss. Pietro e Paolo, ottenendo risposta positiva.

Analoga concessione sarebbe poi data alla chiesa di S. Maria delle grazie di Ca- pograssi. Sembra, però, che la chiesa di S. Nicola conservasse il suo ruolo di parroc- chia fino al periodo napoleonico. Nella seconda metà del secolo XIX era annessa ad essa il cimitero comunale.

Dell’antico monastero non si conserva traccia. La chiesa di S. Nicola ha subito profondi rimaneggiamenti. Oggi essa si presenta con una facciata liscia dalla base alla sommità. Una porta centrale d’ingresso immette nell’interno a tre navate, nelle quali si notano i segni delle trasformazioni subite nel corso dei secoli. La parte più interessate è l’abside quadrata, che chiude la navata centrale, coperta con volta a crociera a sesto acuto, probabilmente unico residuo della primitiva costruzione.

Negli angoli di essa, all’impostazione della crociera, appaiono quattro capitelli in pietra, impostati su quattro colonne in laterizio in parte incassate nella muratura. Di notevole interesse, sebbene molto rovinati, sono alcuni affreschi, probabilmente del sedicesimo secolo.

Nelle pareti laterali dell’abside sono raffigurate due immagini molto simili della Madonna delle Grazie. i maggiore rilievo, ma molto danneggiati sono gli affreschi sulla parete di fon- do della navata di destra: nella parte più alta un semilunotto (cm. 190 x 73), diviso in due riquadri, contenente in uno l’effigie di S. Benedetto e nell’altro la Vergine An- nunziata; una striscia sottostante (cm. 170 x 100), divisa in tre riquadri, con al cen- tro la Vergine con Bambino, e ai due lati S. Sebastiano e S. Benedetto (o S. Leonar do abate?). Abbastanza ben conservato è invece un S. Sebastiano sul fronte di un pilastro che divide la navata di destra.

Sul sagrato della chiesa è posto un cippo di marmo bianco a ba se quadrata, sormontato da una colonna portante una croce. Sulla parte anteriore del cippo è scolpita in alto rilievo l’effigie di S. Nicola, mentre su di un lato si legge: «Nell’orto ora Gesù la morte aborre si rende al Padre poi tutto conforme al nunzio del ciel con lui discorse e la sorte a seguir di morte l’orme prega più suda sangue ai suoi ricorre e trova che ciascun riposa e dorme si duo ma più ma più  di Pietro e ritorna a dire che egli è pronto al penar pronto al morir. Nell’anno del Signore 1620 ».

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